Procedura Ue, deposito da 4 miliardi e multa da 9: cosa rischia l’Italia

Procedura Ue, deposito da 4 miliardi e multa da 9: cosa rischia l’Italia

8 novembre 2018 0 Di redazione

Legge di bilancio: ecco su cosa vertono le contestazioni di Bruxelles e quali saranno i prossimi passi in caso di procedura d’infrazione contro l’Italia

La Commissione Ue ha bocciato la bozza di manovra di bilancio 2019 dell’Italia, che non ha trovato alcuna sponda neppure nell’Eurogruppo o presso la Bce(Mario Draghi avrebbe anzi ribadito al ministro dell’Economia e finanza italiano, Giovanni Tria, che la manovra dovrà rispettare gli impegni presi, scanso equivoci). Così i mercati stanno già mettendo in conto uno “showdown” il prossimo 21 novembre, quando tornerà a riunirsi la Commissione Uetrascorse le canoniche tre settimane concesse ad ogni stato membro per proporre modifiche ad una manovra che sia stata bocciata.

Ma cosa rischia di concreto l’Italia se le eventuali modifiche che dovessero essere proposte non venissero giudicate comunque sufficienti? A quel punto la Commissione Ue aprirebbe formalmente la procedura di infrazione per deficit eccessivo e violazione della regola del debito.

Se riguardo al debito pubblico c’è ben poco da dire, visto che non dovrebbe superare in teoria il 60% mentre nel caso italiano è più che doppio e pari ad oltre il 132% e rispetto al 2018 è previsto rimanere sostanzialmente stabile (mentre per i paesi che, appunto, superano la soglia del 60% dovrebbe scendere gradualmente ma costantemente ogni anno), ci si potrebbe chiedere perché l’Italia venga messa sul banco degli imputati per un deficit/Pil programmato attorno al 2,4%, dunque ben al di sotto del limite formale del 3%.

La risposta è che dopo la crisi del debito del 2010 che portò al “bailout” delle Grecia, la Commissione Ue, a seguito di una decisione condivisa e votata da tutti i partner europei (Italia compresa ovviamente) guarda al deficit “strutturale”, ossia senza tenere conto degli effetti legati al ciclo economico, per evitare di usare un rigore eccessivo in fasi di recessione o di rilassarsi eccessivamente in fasi di crescita economica (come quella in cui si trova l’Italia, per quanto modesta possa essere).

Il deficit strutturale che l’Italia si era in precedenza impegnata a rispettare per il 2019 era pari a -0,6%del Pil (ossia si puntava a un surplus strutturale dello 0,6%), quello proposto dal governo Lega-M5S è pari a +0,8%, pari ad una differenza dunque dell’1,4% del Pil. Non solo: anche sul 2,4% potrebbero esservi dei rilievi, perché secondo la Commissione Ue le previsioni italiane sulla crescita del Pil (e dunque sul rapporto deficit/Pil) sono molto aleatorie e dunque lo stesso 2,4% potrebbe alla fine risultare vicino o sopra il 3%. Per queste due (ma forse anche tre) possibili violazioni, la Commissione Ue ha la facoltà, non l’obbligo, di aprire la procedura di infrazione ma pare quasi certo che non ci sarà una marcia indietro se da parte italiana non verranno proposte “modifiche sostanziali”, come chiesto da Bruxelles, alla bozza di manovra, cosa al momento improbabile.

Una volta aperta la procedura, la Commissione Ue chiederà alla Corte di Giustizia europea di valutare il caso. Se la Corte di Giustizia, una volta svolte le dovute indagini, riterrà che l’Italia effettivamente non abbia rispettato uno o più degli obblighi previsti dal Tfue (Trattato sul funzionamento dell’unione europea o “patto di stabilità”), essa sarà obbligata a prendere dei provvedimenti ed emettere una sentenza.

La palla tornerà a quel punto alla Commissione Ue che verificherà se l’Italia si sarà adeguata alla sentenza della Corte. In caso contrario potrà aprire una seconda procedura di infrazione e chiedere, sempre alla Corte di Giustizia Ue, l’esecuzione della sentenza chiedendo il pagamento di una somma forfettaria o di una penalità.

L’ammontare della sanzione sarà stabilito dalla Corte, tenuto conto di vari elementi come l’importanza dei regolamenti violati, l’impatto dell’infrazione nei confronti di interessi generali e particolari, il periodo di tempo nel quale la normativa Ue non è stata applicata dall’Italia, la capacità dell’Italia di pagare e, ultimo ma non meno importante, l’eventuale importo proposto dalla stessa Commissione Ue. In tutto si prevede che la sanzione potrebbe arrivare a valere tra lo 0,2% e lo 0,5% del Pil, quindi tra i 4 e i 9 miliardi di euro in tutto. Ma non finisce qui, perché potrebbero esservi problemi legati ai mercati e ai titoli di stato in particolare.

L’Italia potrebbe infatti perdere l’accesso al programma di acquisto dei titoli di stato gestito dalla Banca centrale europea, il “quantitative easing” destinato a concludersi a fine anno, ma che sarà seguito da un lungo periodo durante il quale i titoli in portafoglio verranno rinnovati via via che scadono: per l’Italia in tutto si tratta di oltre 273 miliardi di euro di titoli che non verrebbero rinnovati e dovrebbero dunque trovare altri acquirenti, con un possibile ulteriore incremento dei rendimenti e dello spread rispetto ad altri titoli sovrani europei come i Bund.

Ultima ma non del tutto peregrina ipotesi: all’Italia la Corte di Giustizia potrebbe chiedere di costituire un deposito non fruttifero di interessi, destinato a rimanere aperto sino a che le infrazioni non saranno state recuperate, ossia sino a quando il debito non tornerà a scendere, il deficit nominale non tornerà ben al di sotto del 3% e il saldo strutturale non tornerà a presentare un avanzo, stante la situazione di espansione economica in cui il Paese tuttora si trova, per quanto con minor forza rispetto a qualche trimestre fa.

Luca Spoldi

affaritaliani.it