“Perché Macron ora è finito” Renato Farina: la voce all’Eliseo

“Perché Macron ora è finito” Renato Farina: la voce all’Eliseo

8 Gennaio 2019 0 Di redazione

Emmanuel Macron è finito, la voce all’Eliseo: cosa gli sta per accadere

Una ruspa ha sfondato un portone a Parigi. Non la conduceva Salvini e non c’ era da sgombrare un campo rom. La guidavano alcuni “gilet jaunes” contro un ministero. Era l’ ottava manifestazione consecutiva. Macron si aspettava lo sgonfiamento per stanchezza e per le vacanze. Niente da fare. Cinquantamila la vigilia della Epifania, dopo che sabato 29 dicembre erano stati 35mila. Il culmine, il simbolo, è stata la ruspa manovrata da operai specializzati, non sfaccendati da divano e molotov.

Sia chiaro, non si fa. Per due ragioni. La prima di valore assoluto: la violenza fa schifo, anche quando è mossa da impulsi plausibili. La seconda è di convenienza, e fa sospettare infiltrazioni. Infatti a quella ruspa si è aggrappato come a un salvagente Emmanuel Macron, per salvarsi dal naufragio: «È un attacco alla Repubblica», ha detto. Con ciò chiedendo quell’unità repubblicana che gli ha permesso di diventare presidente dal nulla. Era un insipido ministro al servizio del povero Hollande. Lo aveva ingaggiato sperando in un aiuto d’ alto bordo, perché il giovanotto ben maritato, è sin da ragazzino espressione delle banche americane e del loro establishment di gnomi sovranazionali.

SCALATA AL POTERE
Aveva raggiunto il 22 per cento, sfruttando il solito “incidente giudiziario” del candidato gollista. Arrivato al ballottaggio, ha raccattato voti dati senza convinzione, in nome dell’ antifascismo atto ad escludere Marine Le Pen dall’ Eliseo.

Ha creduto di essere presidente di tutti i francesi. Lo hanno ripudiato. È riuscito a isolare la Francia sul piano internazionale, e se stesso in casa propria. Il suo gradimento è sceso intorno al 15 per cento. Ma non è che lo si possa recuperare attraverso alleanze universali in parlamento e con i partiti.

A tagliargli le gambe è un sommovimento che sfugge alla logica di qualsiasi appartenenza precostituita. I giubbotti gialli (si scusi la traduzione italiana, ma i gilet ci piacciono di lana) non sono “lepenisti”. Anche. Ma di più. Non sono “mélenchonisti” (Mélenchon sarebbe il corrispondente francese di Bertinotti). Sono un’ altra cosa rispetto all’ ideologia politica o al ribellismo etichettabile con criteri novecenteschi. Come ogni folla che non ha ancora trovato una regola costituente, di sé conosce e apprezza l’ animus pugnandi. E perciò ospita anche quei mascalzoni che sguazzano dovunque ci siano fuoco e fiamme.

È cominciato dalla ribellione di una signora del ceto medio-basso. È scesa dalla macchina quando ha sentito alla radio che la manovra progressista ed ecologista di Macron prevedeva l’ eliminazione delle centrali nucleari finanziate dal rincaro della benzina. La donna che correva al lavoro dopo aver portato i figli da qualche parte, ha pensato: «Ancora io? Basta così». Ed è scesa dalla vetturetta indossando il “giubbotto”, il quale è stato inventato per evitare i pericoli di investimento su strada, prima che li indossassero i ceti medi francesi per prima spaventare e ora travolgere Macron e la gente come lui.

LA SORPRESA
Ciò che sorprende è la tenuta della protesta. Il centro della contestazione doveva essere a Parigi, Lione, Rouen e Bordeaux dove erano previsti i punti di raccolta dei manifestanti. Ma sono stati più numerosi, a pelle di leopardo. Per capire la fluidità colorata del fenomeno, basti dire che interpellati ancora venerdì da un sondaggio 55 francesi su cento desideravano che il movimento insistesse nella protesta. Molto più della sinistra e della destra. Alcuni nuovi slogan segnalano la pluriformità dei cortei.

A Parigi, al Muséee d’ Orsay, ecco l’ ispirazione anarchica: «Ni par Macron, ni par personne, on ne veut être gouvernés! Gilets jaunes contre l’ État!» (né con Macron, né con nessuno, non vogliamo essere governati! Gilets jaunes contro lo Stato!). Vicino ai Campi Elisi una donna ha scritto: «Macron en 2019 tu dégages» (Macron nel 2019 sparisci).

Ancora: «Les capitalistes vivent au-dessus de nos moyens» (I capitalisti vivono sopra i nostri mezzi). A Lione, ecco un cartello: «Macron notre lutte sera sans fin», che ricorda lotta continua. Così a Le Mans, compare lo striscione: «La lutte des classes s’ habille en jaune» (La lotta di classe si veste di giallo).

Fin qui tutto pare tendere a sinistra o all’ anarchia di destra. Poi ecco che un referendum organizzato ufficialmente per intercettare la volontà dei “gilets jaunes” riserva una gigantesca sorpresa. La proposta prima arrivata è quella di abrogare la legge Taubira, quella che in Francia consente il matrimonio e l’ adozione agli omosessuali. E qui, chi vuol capire capisca.

L’IDENTITÀ
Noi decifreremmo così: non se ne può più dello strapotere economico e culturale delle classi alte, finiamola con il dominio del pensiero unico progressista, ecologista, che in nome di diritti per pochi, disarticola il reddito e l’ identità della gente comune che sgobba e soffre. Macron di certo non afferra il concetto, è una lingua che non ha imparato nei quartieri alti. E si spegne mentre la Francia brucia.

di Renato Farina

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