La beffa, migrante spacciatore espulso ricorre in Cassazione. I giudici: non è pericoloso. Può restare

La beffa, migrante spacciatore espulso ricorre in Cassazione. I giudici: non è pericoloso. Può restare

11 Gennaio 2019 0 Di redazione

Al migrante spacciatore non sono bastate, anzi, neppure sono valse a molto, le due condanne inanellate in primo grado per reati legati al traffico di droga: ai giudice che avevano in esame il caso del ricorso presentato in Cassazione da un immigrato alle prese con il rinnovo del permesso di soggiorno scaduto serviva, come riportato, tra gli altri, in queste ore, anche da Il Giornale sul suo sito, «un giudizio di pericolosità sociale in concreto». E così, la Suprema Corte, non solo si è vista costretta dall’applicazione delle norme vigenti, ad accogliere le richieste dello straniero, rigettando l’ordine di espulsione emanato dal Prefetto di Ancona, ma ha anche dichiarato che la due condanne per droga non costituiscono una condizione necessaria e sufficiente per asserire e dimostrare la «pericolosità sociale» dello straniero, almeno non tanto da decretarne «la conseguente espulsione». E così il ricorrente viene riabilitato e rimborsato…

I giudici accolgono il ricorso del migrante spacciatore: non dovrà essere espulso

Ma andiamo con ordine: dunque, il migrante, sottoposto a procedimento di espulsione, viene ripescato dai giudici della Suprema Corte a cui si è rivolto per rigettare l’esecuzione del provvedimento richiesto dalla prefettura di Ancona che, come riporta sempre il Giornale, «presa visione della sua fedina penale» e resasi conto «che sulle sue spalle pendevano due condanne penali (non definitive) per droga», «non solo gli ha negato il documento, ma ha anche emesso un conseguente ordine di espulsione dall’Italia». Ordine rimesso in discussione e annullato dalla Cassazione a cui il migrante si è rivolto per presentare ricorso e su cui il ricorrente ha avuto soddisfazione e ragione. O meglio, per l’esattezza, ripercorrendo come fanno Il Tempo prima, Il Giornale poi, le vicissitudini giudiziarie dello straniero in questione, accade che: il  21 giugno 2017 il prefetto di Ancona decreta l’ordine di espulsione. Il migrante presenta ricorso al giudice di Paceche, a quel punto, respinge la richiesta del ricorrente asserendo che le due condanne per droga siano di per sé sufficienti a stabilire la sua «pericolosità sociale» e a motivarne l’espulsione dal Belpaese. È a questo punto che l’immigrato, lungi dal darsi per vinto, si rivolge alla Corte di Cassazione che, accogliendo la richiesta del rinnovo del permesso presentata dallo straniero per «motivi di coesione familiare», non solo annulla l’espulsione del migrante spacciatore,ma specifica anche che «secondo il “Testo unico sull’immigrazione”, modifica del 2007, in caso di “richiesta di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di coesione familiare” non è più prevista “l’applicabilità del meccanismo di automatismo espulsivo in virtù della sola condanna dello straniero per alcuni reati».

I paradossi della legge fanno sì che al danno si unisca anche la beffa…

Un paradosso in nome del quale la sentenza della Suprema Corte, applicando norme vigenti, stabilisce che la prefettura non può ritenere a priori “socialmente pericoloso” il migrante in oggetto “SOLO” sulla base di condanne ottenute per alcuni reati. O meglio, come scrive sempre il quotidiano milanese diretto da Sallusti, qualora i giudici volessero negargli il permesso di soggiorno sono tenuti a «dare un “giudizio di pericolosità sociale effettuato in concreto”». E dato che, al danno si unisce quasi sempre anche la beffa, come riferiscono Il Tempo e Il Giornale, avendo la Prefettura di Ancona emesso  un decreto basato «esclusivamente sulla presunzione di pericolosità dell’immigrato», a prescindere dalle «ragioni di coesione familiare» e producendo, ma non “in concreto”, un giudizio di pericolosità sociale, la Cassazione ha accolto il ricorso dello straniero che ora potrà anche incassare le somme dovute per le spese processuali, affibbiate a carico di Prefettura e Ministero dell’InternoSecolo d’Italia